Essere vulnerabili o sentirsi vulnerabili?

Illustrazione di due donne di età diversa che rappresentano l’ageismo di genere e i pregiudizi sull’età

Siamo tuttə vulnerabili, non è una scoperta. La differenza è che, a un certo punto, gli altri iniziano a pensare che per te sia diventata la normalità. È qui che entrano in gioco i pregiudizi sull’età. Questa è una forma di ageismo di genere.

Altrimenti perché si alzano sui tram?
Mi siedo anche volentieri, ma irrita l’idea che essere donna e over 60 significhi dover stare seduta. È una forma sottile di ageismo di genere, che associa automaticamente età e fragilità.

Quando si è vulnerabili?

Donna over 65 attiva in città che sfida l'ageismo di genere

Si può essere raggiratə a qualsiasi età: da bambinə, da adolescentə, da adultə. E può succedere ancora. Non esiste un momento in cui si diventa immuni. Per questo lascia perplessi l’idea che dopo i 65 anni aumenti la vulnerabilità degli anziani. Cosa dovrebbe cambiare così radicalmente?


Perché dopo i 65 siamo consideratə più vulnerabili

Dopo i 60 rimane tutto più o meno uguale, con una differenza: si aggiunge il pregiudizio. Se si dimenticano le chiavi nella porta diventa un segnale, se non si sente bene un altro, se si è distrattə ecco la conferma.

Ma non sono segnali. Sono le stesse distrazioni di sempre: stanchezza, stress, noia. Solo che a un certo punto vengono interpretate diversamente. È qui che i pregiudizi sull’età trasformano comportamenti normali in segnali di debolezza.


Paure indotte e percezione

Poi ci sono paure indotte. La paura di cadere, perché si sentono continuamente storie di persone che cadono e si fanno male, come se non accadesse anche da giovani. La paura di viaggiare da solə, perché si pensa di non riuscire a orientarsi, come se da giovani non ci si fosse mai persə.

In sostanza, si anticipano problemi che non esistono ancora. Questo alimenta un’idea distorta di vulnerabilità legata all’età. Non è l’età, è il modo in cui si costruisce la percezione della realtà.

Scritta “Over 65 più vulnerabili?” che rappresenta i pregiudizi sull’età e l’ageismo di genere

Cambiare e reagire

Allora si prova a reagire. Si sbaglia? Bene, allora si cambia. L’errore fa parte dell’imparare, a qualsiasi età.

Senza nascondersi: non è colpa solo di ciò che c’è fuori. C’entrano anche pigrizia, abitudine, testardaggine. Nel tempo serve continuare a cambiare, aggiornarsi.

Si cercano informazioni, si confrontano esperienze, si frequentano corsi, si imparano strumenti nuovi. Non per diventare perfettə, ma per mantenere autonomia e ridurre la vulnerabilità reale.


Il pregiudizio sull’età

La domanda quindi è un’altra: cambia davvero qualcosa dentro di noi con l’età, oppure cambia soprattutto lo sguardo degli altri?

La vulnerabilità non nasce con gli anni, è sempre stata parte dell’esperienza umana. Ci sono persone ingenue a vent’anni e persone molto lucide a ottanta. Persone che si fidano facilmente e altre che non si fidano mai. Non è una questione anagrafica.

Eppure l’ageismo continua a semplificare tutto, trasformando l’età in una categoria rigida. È lo stesso meccanismo che alimenta anche il racconto sulle truffe agli anziani: si parte da casi reali per costruire un’immagine generalizzata di vulnerabilità.

Con il tempo si rischia di cadere in due errori opposti: pensare di aver già capito tutto oppure accettare l’idea di essere diventatə fragili per definizione. Nessuna delle due posizioni è utile.


Ageismo di genere: essere donne e vulnerabilità

Se si è donne, questo si amplifica. L’idea di fragilità, emotività e bisogno di protezione accompagna tutta la vita e con l’età diventa ancora più forte.

Qui entra in gioco l’ageismo di genere: non solo si è consideratə vulnerabili per l’età, ma anche per il fatto di essere donne.

A forza di sentirlo, si può finire per interiorizzarlo. Da lì è facile scivolare nell’autocommiserazione oppure nella chiusura: “povera me” o “io sono fattə così”.

Nessuna delle due strade aiuta davvero a uscire dalla percezione di vulnerabilità.

Persone che attraversano la strada di notte in città, simbolo della percezione di insicurezza e delle paure legate all’età

Elasticità, non perfezione

Non si tratta di negare i rischi. Truffe, manipolazioni, cambiamenti tecnologici esistono. Ma non si affrontano né pensando di essere immuni né convincendosi di essere indifesə.

Si affrontano come sempre: informandosi, confrontandosi, imparando. Questo è ciò che riduce davvero la vulnerabilità degli anziani, non l’età anagrafica.

Il punto centrale è restare elasticə. Non pensare di aver capito tutto, ma nemmeno di essere arrivatə a un punto in cui non si può più cambiare.

L’immagine che ti porti addosso

C’è poi un aspetto più sottile: l’immagine che si ha di sé è anche il risultato di ciò che viene rimandato dall’esterno.

Se si ripete abbastanza spesso che si è fragilə, fuori tempo o in difficoltà, è facile iniziare a comportarsi di conseguenza. È così che i pregiudizi sull’età diventano realtà vissuta.

Ma non è obbligatorio accettare questa rappresentazione.


Senza sceneggiature

Non serve inventarsi un modo speciale di vivere solo perché si invecchia. Si vive come si è sempre vissuto: con le risorse disponibili, cercando di fare il meglio possibile.

La differenza sta qui: evitare sia la presunzione sia il ruolo di vittima.

La vulnerabilità non scompare, ma non aumenta automaticamente con l’età. Quello che cambia davvero è quanto si è dispostə a restare attivə, informatə e consapevoli.

Il resto è quello che abbiamo sempre fatto: imparare, sbagliare, cambiare, riprovare. Non è una fase diversa. È la continuità della vita.

Questo è il punto: non è l’età, è l’ageismo di genere a costruire la vulnerabilità.

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